Tiziana Tardito
intervista

La ringraziamo per la disponibilità. Ci può spiegare la sua arte e come gioca con le prospettive?

Sono io che ringrazio voi per il vostro interesse. La cosa primaria nei miei quadri è l’emotività. Giorgio Gregorio Grasso ha trovato la definizione della corrente artistica di cui mi ritiene creatrice: «Realismo emotivo». Si ricollega alla realtà ma non è un virtuosismo pittorico. Va contro l’iperrealismo. Voglio far vedere la pennellata, voglio far capire che è un quadro fatto a mano. Voglio raccontare le mie emozioni. Non voglio rappresentare la realtà di un fatto, io voglio creare l’emotività.

Per quanto riguarda la prospettiva, in sostanza, divido la tela in quadrati che hanno ognuno una linea di orizzonte e due punti di fuga. I quadrati vengono uniti uno all’altro, formando una sorta di spirale con un moto che è normalmente in senso orario, ma dipende dal soggetto. È un vortice con una parte centrale che ti “risucchia”, vieni catapultato dentro il quadro.

Quali altri trucchi ci può svelare?

Per me il colore è sensuale, è quello che mi stuzzica la creatività. Uso i colori ad olio per la loro pastosità che nessun altro tipo di colore può raggiungere, oltre a poterli lavorare e sfumare. Ma non uso soltanto spatola e pennello per stenderli, ricorro anche alle reazioni chimiche ed altri arnesi che realizzo da sola.

In Vacanza a Venezia si vede la vischiosità dell’acqua, ma qui c’era un’esigenza di tipo diverso: fare il muschio sui muri. Se avessi dipinto il muschio sopra il colore, avrei dato una verniciata ma non avrebbe reso l’idea del muschio, dell’alga. Ho creato la vegetazione sotto, poi ho dato il colore del muro sopra, e quindi gli ho fatto fare una reazione chimica per cui il muschio ha “mangiato” il colore, lo ha corroso e opacizzato.

Nel quadro Costa Brava, le chiome dell’albero presentano dei trattini bianchi, dati da un attrezzo particolare creato da me. Non si tratta di una tecnica tipo craquelé, con il colore che si rompe, altrimenti si staccherebbe. È proprio uno strumento che mi dà queste graffiature che, viste da distante, danno movimento e un effetto tridimensionale.

Nelle figure, come Gli angeli del fango, ho usato una tecnica di disegno particolare. I personaggi hanno una doppia postura. In un contesto espositivo giusto, con un pannello scuro, l’illuminazione adeguata, il tuo colpo d’occhio li vede muovere. È un attimo. Bisogna conoscere l’anatomia in modo perfetto, praticamente disegno la persona nell’atto del gesto ma evidenziando un movimento del muscolo specifico del momento che segue. Ti sembra quasi che la figura debba cadere perché c’è movimento.

Come è arrivata a questo stile e dove trae ispirazione per il suo lavoro?

Di solito gli artisti partono da un’osservazione per arrivare poi a un astrattismo. Sono partita da un astrattismo negli anni del liceo per poi, con 40 anni di esperienza, cambiare lo stile. Questo perché cambia la vita, cambiano le esigenze e la visione delle cose. Non ho cancellato quello che ho fatto, me lo sono portato dietro. Sono stata in Spagna più di un anno a studiare con i seguaci della scuola di Salvador Dalì e ho assimilato questa realtà surrealista. Poi mi sono innamorata di De Chirico, perciò ho assorbito l’ideologia del colore, del chiaroscuro, del metafisico applicato alla stesura del colore. Ma il primo innamoramento è per l’800 francese, ma in tutte le sue sfaccettature, non posso dirti il nome di uno o l’altro pittore perché li amo tutti e ho preso da tutti loro.

Non sono soltanto i viaggi i soggetti dei suoi quadri, ma anche eventi di attualità, come l’opera Strage degli Innocenti_, volta a sensibilizzare sugli orrori della guerra in Siria._

L’ho dipinto per una mostra a tema «Angeli e Demoni» allestita a Fombio (Lodi) nel Castello Douglas Scotti. Ho pensato di fare una cosa diversa dalla rappresentazione onirica classica, ho voluto raccontare un dramma reale. È un figurativo però fatto su più piani, con figure completamente diverse l’una dall’altra. Parte da un primo piano colorato con toni accesi per andare ad uno sfondo bianco/nero con un paesaggio che si polverizza, così come avviene nella realtà di un conflitto.

Qual è l’opera che è stata selezionata per la mostra a Palazzo Zenobio?

È il quadro dedicato a Raol, il cavallo abbattuto in seguito a una grave caduta durante il Palio di Siena nell’ottobre scorso. Un quadro di protesta, di sensibilizzazione. Amo tanto gli animali e ho una passione per il cavallo. Si presta fisicamente, è bello e armonioso da raffigurare. Non ho voluto rappresentare il momento positivo del palio, la sua mondanità. Se ci fai caso, c’è una striscia in alto che nasconde le figure umane sulla tribuna: serve ad ovattarle, è simbolica. La scena deve essere centrata sulla sofferenza del cavallo, la gente dietro sembra in un altro mondo. Non c’è qualcuno che abbia un’attenzione particolare. Non leggi la drammaticità negli sguardi, ma l’indifferenza, mentre un animale muore per la stupidità umana. Questo ho voluto rappresentare: l’insensibilità e l’apatia. C’è uno studio notevole dell’anatomia equina. Mi sono documentata, però non avevo una foto così nitida, è stata costruita, ho messo insieme tante immagini per arrivare a questo risultato. L’opera è stata scelta da Giorgio Gregorio Grasso, Maria Palladino e Giada Eva Elisa Tarantino.

16/05/2019
Frammenti Rivista.it


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